X Factor come metafora dell’Italia contemporanea

Quest’anno – complice la mia ragazza – ho vinto la mia proverbiale avversità verso i talent show e incuriosito dalle selezioni ho visto l’intera stagione di X FACTOR.

L’attesa cresceva di puntata in puntata, sino a trasformarsi in un rito del giovedì sera. Fino alla finale.

I miei maestri e in particolare il mio mentore universitario – Valentina Cremonesini – mi hanno insegnato a guadare i fatti con occhi attenti e a vedere la realtà oltre le rappresentazioni. E in fondo al programma, al piacere per la musica, ho rivisto il mio Paese e la “condizione giovanile”.

Qualche giorno fa Nichi Vendola – intellettuale sublime ma interprete politico di una sinistra distante anni luce dalle mie corde- ha affermato in un’intervista a Vanity Fair “Capisco più della realtà italiana guardando X Factor che un qualsiasi talk show”. Ecco fatto. È il momento di guardare all’Italia di X Factor – mi sono detto. I tre finalisti raccontano benissimo qual è la condizione attuale. Grande talento ma speso male. Una generazione in crisi di identità che deve imparare a scegliere più che a farsi scegliere – parafrasando De Andrè.

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Partiamo dai favoriti, poi secondi Maneskin. Giovanissimi, belli e forti ma liquidi, senza un Dna preciso (per essere chiaramente rock bisogna rinunciare ad essere pop).

Il ricordo mi riporta velocemente verso i miei altrettanto giovanissimi compagni di master: preparati, veloci, ipertecnologici ma senza una cultura sedimentata di sapere lento. Se si lavora al pc e si passa il restante tempo su uno smartphone c’è meno spazio per i libri e per la carta. Esperienze che richiamano a una manualità e a un maggior contatto fisico tra l’operatore/lavoratore e il suo prodotto. Ciò comporta nei fatti un distacco dalla realtà concreta e un forte disincanto.

I Maneskin appaiono allora il prodotto perfetto della vetrinizzazione sociale – ossia quella tendenza dei soggetti a comportarsi come merci – (si veda l’opera di Vanni Codeluppi).

In particolare Damiano, il bravissimo vocalist della band, che si esibisce in tacchi a spillo –in coerenza con lo spirito del tempo – rappresenta appieno il corpo flusso che attrae (lo dicono importanti ossevatori) tutti indistintamente: uomini e donne. Ma se si piace a tutti si rischia in fondo di non piacere a nessuno.

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Il rock è lanciarsi dai palchi, non piacere a tutti ma spesso dispiacere a molti. Altrimenti si è pop. Ma è un’altra storia. Bisogna solo decidere chi si vuole essere.

Il ritorno a una dimensione fisica, invece, ci pare necessaria.

Il tempo in cui i ragazzi giocano uno stesso gioco alla playstation, ciascuno da casa propria non favorisce l’incontro ma è la somma di più solitudini.

Sarebbe auspicabile che i bambini tornassero a giocare coi giocattoli di legno. Oltre alla dimensione mentale (leggera) bisogna farli sviluppare una dimensione fisica (concreta) che lo specchio-schermo dei dispositivi elettronici elimina. Sviluppare la creatività. Recuperare i gesti. Esercitare le proprie attitudini. Il senso critico. Lo spessore, contro la piattezza dei like. Il dibattito attuale in Francia infuocato sulle disposizioni del Ministro Blanquer che vuole vietare l’uso degli smartphone a scuola, può essere un’ulteriore spunto di riflessione…

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Passiamo poi al sempre suffragato –  e a sorpresa terzo classificato – Enrico Nigiotti.

Nazional popolare: bravo con le ballate, è ciò che piace a un pubblico medio. Come la media dei giovani che lavorano nelle aziende – spesso multinazionali – preparati, bravi a svolgere il loro compito ma senza una forte connotazione culturale. In preda ai venti, alle mode, ai sondaggi, agli umori…come ramoscelli. Ritornano alla mente i versi di Ligabue: “una vita da mediano, con dei compiti precisi”.

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Alla fine Licitra, il vincitore. Un tenore che fa il cantante pop. Quanti tenori costretti a diventare pop per lavorare. Non per scelta come per il brillante talento siciliano, ma per necessità.

In un Paese dove la “doxa” degli ultimi decenni è stata di studiare materie scientifiche – ricordiamo i moniti di Ciampi – riprova di quanto la politica ha perso da tempo potere di indirizzo e si è piegata alle scelte del mercato. Il paese della cultura umanistica e della bellezza, dove umanisti e studiosi del bello devono fare altro. E sono pure “sfigati” laureati in lettere o beni culturali.

Il paese della fuga dei talenti che investe nelle proprie giovani generazioni per poi regalare le menti migliori agli altri Paesi.
Un Paese dove spesso i giudici non sono all’altezza (per titoli e meriti) dei giudicati.
Dove chi ha l’X Factor deve fuggire, o soffrire spesso per l’inadeguatezza dei sistemi di valutazione di competenze capacità e conoscenze.

“Stai attenta, stai attenta almeno a te, non dar la colpa a me” suggerirebbero i Negramaro all’Italia di oggi.

C’è chi vuole restare e rimanere sé stesso. E magari gestire il patrimonio culturale più importante – per quantità  e qualità – del mondo.

Se il mercato ci stravolge – come fa l’abile talent scout Mara Maionchi, dovremmo pure ricordare che il miglior tenore che la storia ricordi, Luciano Pavarotti – a dieci anni dalla morte, vale la pena di ricordarlo – proprio come tanti talenti italiani oggi in ogni settore – portò la sua voce nel mondo per poi infine farsi, dopo la fama come tenore, il promotore di una svolta pop. Prima il proprio, poi nel caso, il mercato.
Si compete bene e si vince soprattutto valorizzando ciò che di prezioso si possiede.

La politica, a pochi mesi dal voto, ha molto da imparare.

Una classe dirigente all’altezza del termine deve avere allora recuperare la capacità di dare una direzione nuova al Paese. Ricominciando dai territori. Si guardi ad esempio l’azione svolta in Puglia da Loredana Capone.

Occorre  a mettere a frutto i propri talenti (quelli della parabola). Se l’Italia non avrà la capacità di ascoltare i giovani e di valorizzarli, resterà, ahinoi, bella e perduta.

Con buona pace di Giuseppe Verdi.

A Chiara