UberEats e l’incubo del “caporalato digitale”. Come reagire.

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É di queste ore la notizia del commissariamento di UberEats da parte del Tribunale di Milano, accompagnata da accuse gravissime a carico della piattaforma. Se confermate, saremmo davanti ad un caso senza precedenti.

È noto infatti che il dibattito in merito all’esatta configurazione delle tutele contrattuali, sindacali e di welfare dei lavoratori della gig economy, e in Italia soprattutto del segmento del food delivery, sia ancora un cantiere aperto (con buona pace dei timidi interventi legislativi in materia).

Con la vicenda balzata agli onori della cronaca, tuttavia, si va anche oltre. Per la prima volta la magistratura ipotizza una vera e propria forma di caporalato digitale a carico della piattaforma, ricorrendo ad fattispecie di reato più familiare all’interno del tradizionale mondo agricolo.

Come reagire?. Partendo almeno da due strumenti, uno in qualità di consumatori e uno di sostenitori di un’innovazione sociale e sostenibile.

Sul primo fronte, abbiamo il dovere di esercitare quello che l’economista Leonardo Becchetti definisce “il voto con il portafoglio”. Se è vero infatti che tutto il settore mostra le criticità sopra menzionate, è innegabile anche che ciascuna piattaforma faccia ricorso a politiche contrattuali, retributive e di welfare diverse. Perché, dunque, non  iniziare ad orientrare le nostre scelte di consumo in una logica premiante nei confronti di quelle piattaforme che presentano standard qualitativi più elevati?

Per quanto riguarda il secondo aspetto, la portata rivoluzionaria di un nuovo way of thinking é potenzialmente ancora più elevata, e fondamentalmente legata all’opportunità di mettere in discussione l’ineluttabile necessità di sottostare ad una sorta di oligopolio digitale.

Chi, come il sottoscritto, studia da anni l’economia collaborativa ha iniziato ad individuare un’alternativa nel cosiddetto “platform cooperativism”.

Una cooperativa di piattaforma é un’azienda che prevede la forma giuridica cooperativa, e dunque una governance democratica al suo interno, e che ricorre ad una piattaforma web per la vendita di beni e/o servizi.

In Italia, proprio nel settore del food delivery, iniziano a germogliare esperienze di questo tipo.

A Verona, lo scorso anno, è nata “Food4me”, cooperativa di riders, nata esattamente come reazione alla condizione di profondo precariato del settore. A tutti i riders di Food4me sono riconosciuti alcuni diritti basilari: paga oraria, contributi previdenziali, assicurazioni, diritti sindacali e l’applicazione del contratto nazionale di lavoro trasporti e logistica.

A Modena da poco è nata “Italian Bike Messengers”, cooperativa di ciclofattorini che recentemente ha vinto Imprendocoop, concorso di idee per favorire l’occupazione e l’imprenditorialità ideato da Confcooperative Modena.

Volgendo lo sguardo fuori dal l’Italia, hanno destato interesse le esperienze spagnole de “La Pájara” (Madrid) e di “Mensakas” (Barcellona).

Per concludere, dopo la legittima indignazione, dobbiamo passare alla fase della reazione.

Le alternative, per quanto non di immediata percezione, sembrano esserci. Alcune più concrete, altre di là da venire.

A noi, sia da consumatori che da sostenitori dell’innovazione sociale, il compito di afferrarle.

Alessandro Martines

Caratteri Mobili

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