Nuovo anno, nuovo decennio. Lettera aperta alla “Generazione anni 10”

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Cara “Generazione anni 10”,

forse non te ne stai accorgendo, ma è una giornata dal sapore particolare.

Sta andando via in silenzio, esattamente come è arrivato, un decennio che ha fatto tanto rumore. È il decennio degli anni 10 del 2000, quello in cui un’intera generazione ha dovuto fare i conti con l’inevitabile necessità di “diventare grandi”.

Noi, nati dal 1980 al 1990 sappiamo bene di cosa stiamo parlando. I primi di noi entravano nell’anno dei 30 all’alba di quel decennio. I secondi si apprestano a fare altrettanto in quello che si aprirà tra poche ore. Indubbiamente, l’apertura e la chiusura ideale di un ciclo.

La mia condizione all’inizio dello scorso decennio la ricordo abbastanza bene. Due certezze nel breve periodo, una sorta di assaggio di età adulta: diventare zio e concludere gli studi universitari nel mio amato Salento (mettendo fine alla stagione della ribellione studentesca).

Per tutto il resto, la nostra condizione credo fosse analoga: milioni di incertezze nel medio e lungo periodo. Ma soprattutto, innumerevoli “sorprese”.

Da un punto di vista politico, di lì a pochi mesi, passaggi tutt’altro che scontati avrebbero segnato la vita politica nazionale e locale. Le inchieste scandalistiche legate al terremoto de L’Aquila avrebbero inferto il primo colpo all’apparentemente granitica stagione politica del berlusconismo, mentre in Puglia Nichi Vendola avrebbe trionfato alle elezioni regionali, proseguendo il suo percorso di trasformazione di una regione all’epoca decisamente periferica sul panorama nazionale.

Nessuno degli appartenenti alla generazione di cui sopra poteva lontanamente immaginare di diventare grande a bordo di una vera e propria montagna russa che ha attraversato governi lacrime e sangue, “non vittorie” elettorali, avvicendamenti di presidenti della repubblica e papi, ascesa di partiti nati sulla rete, sovranismi ed euroscetticismi di ogni ordine e grado.

I cambiamenti sociali, ammesso che si possano scindere del tutto da quelli politici, non sono stati da meno.

Noi, forse gli ultimi nativi completamente “analogici”, siamo stati i primi ad aver vissuto a pieno la digitalizzazione di ogni aspetto della nostra vita. È vero, c’eravamo già affacciati al web, a cui guardavamo con interesse e anche con la consapevolezza di essere i “primi della classe”, almeno nel confronto con le generazioni precedenti.

Ma alzi la mano chi pensava che la rete potesse arrivare a sapere praticamente tutto di cosa compriamo, dove andiamo, con chi intratteniamo relazioni. O ancora, che avrebbe condizionato così pesantemente le elezioni politiche della più grande democrazia nel mondo o un referendum di quella più antica, o che avrebbe generato così tante rivoluzioni di piazza in ogni angolo del mondo.

Passando alle questioni che ci toccano più da vicino, che avrebbe dato una professionalità, un reddito e la possibilità di mantenere una famiglia a così tanti di noi.

Dobbiamo, però, dirci la verità. In pochi o forse in nessuno dei processi globali, nazionali o locali che hanno segnato questo decennio la nostra generazione è stata determinante. Fondamentalmente li abbiamo subìti, non dominati.

Forse era inevitabile. Troppo impegnati a fare e disfare valige con cui abbiamo lasciato casa e affetti, fatto esperienze di studio o lavoro o più semplicemente trovato un posto nel mondo. Troppo indaffarati a dare una prospettiva di stabilità al nostro “tornare” o al nostro “restare” a casa. Troppo presi a resistere e contrattaccare rispetto all’ondata di precarietà (lavorativa, relazionale, esistenziale), individualismo, disincanto che in modo esponenziale ha contrassegnato questo decennio.

O forse no. Forse potevamo fare di più. Forse possiamo fare di più.

Ed è esattamente questo, il senso di questa lettera. Per un decennio che si chiude, c’è un altro che si apre.

Siamo diventati grandi, e l’augurio che mi e ci faccio è quello di iniziare a dominare davvero gli eventi che ci circondano e ci riguardano.

E diciamocelo: ce lo siamo anche meritati.

Auguri di Buon Anno.

Alessandro Martines

Avvocato appassionato di diritto pubblico dell’economia, affari istituzionali e social innovation. Laurea in Giurisprudenza a Lecce, e specializzazione in public affairs all’Università LUISS. Lavoro in Presidenza del Consiglio dei Ministri, alla Scuola Nazionale dell’Amministrazione. Sto frequentando un dottorato di ricerca in economia, diritto e istituzioni presso l’Università “Tor Vergata”, studiando le nuove frontiere di regolamentazione della digital e sharing economy.

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