La sharing economy, le città condivise e il potere laterale dei millennials.

Caro direttore, ho avuto l’opportunità, per la prima volta, di partecipare a Forum P.A. E’ una rassegna di tre giorni, nella quale tutte le P.A. italiane si aprono ai cittadini, attraverso stand espositivi e centinaia di dibattiti. Ad aprire i lavori l’americano Jeremy Rifkin, uno dei più grandi economisti viventi, che ha illuminato la scena con una riflessione positiva che vorrei condividere con lei e i suoi lettori, in larga parte miei concittadini.

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Secono Rifkin la risposta alle grandi questioni del nostro tempo (cambiamenti climatici, ecosistema in difficoltà, distribuzione della ricchezza ecc), è la “sharing economy”, o “economia della condivisione”.  In questo tipo di economia, il capitale sociale ha lo stesso peso del capitale finanziario. L’accesso a beni e servizi è importante quanto la proprietà e il “valore di scambio”, tipico del mercato capitalistico, viene integrato, secondo alcuni progressivamente sostituito, dal “valore della condivisione”.
Com’è noto, oramai anche in Italia si condividono beni, servizi e prestazioni (anche lavorative) di ogni tipo, attraverso l’intermediazione snella del web e degli smartphone. Questo genera reddito, occupazione, risparmi di spesa per le famiglie, tutela dell’ambiente e sviluppo sostenibile.
Ma la sharing economy non è solo un fenomeno socio-economico. E’ un nuovo modello di società, destinato a modificare radicalmente la politica.
L’economia condivisa si poggia su “città condivise”, partecipate, nelle quali il potere pubblico non si limita a consentire, ma accompagna attivamente un processo virtuoso nel quale crescita economica, sviluppo sostenibile, open government e cittadinanza attiva sono diverse manifestazioni di un unico fenomeno.
Esperienze locali, nel quadro di politiche pubbliche innovative legate ai concetti di smart city e di sharing economy, non mancano. Rinviando a successive occasioni di approfondimento, ne cito alcune, dagli open data al crowdfunding civico, dalle social street alle cooperative di comunità, passando per l’e-government (uso delle tecnologie digitali per favorire la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali).
Ma ciò che mi ha colpito maggiormente della riflessione di Rifkin su quella che definisce “terza rivoluzione industriale”, è la sua profonda convinzione su quelli che saranno (anzi, sono) i suoi protagonisti, i “millennials”, la generazione del nuovo millennio, caratterizzata da un maggiore utilizzo e una maggiore familiarità con le tecnologie digitali.
Perchè? Perchè i millennials conta sempre meno la proprietà, e sempre più ‘accesso. Se per i loro genitori la libertà è stata, fondamentalmente, l’autonomia, per i millennials la libertà è, all’opposto, il collegamento.
E il potere è ineluttabilmente destinato a diventare “laterale” (e, appunto, partecipato), e non “verticale”.
Seppur integrata da considerazioni personali, la riflessione di Rifkin mi è sembrata un messaggio di ottimismo per la mia generazione. Mi auguro sia preziosa anche per altre generazioni, le stesse che rappresentano tuttora la classe dirigente di questo Paese. Grazie per lo spazio concesso.