“Si vis bellum, para pacem”. La questione siriana e quella umana mostruosità

“Sono diventato morte, distruttore di mondi”. A pronunciare queste parole, citando il testo sacro induista Bhagavad Gita, fu J. Robert Oppenheimer nel 1945, presso i laboratori di Los Alomos, il giorno in cui venne testata per la prima volta la bomba atomica.

Oppenheimer comprese in quel momento, osservando quella nube impressionante che si elevava coprendo ogni cosa, che la scienza e le sue straordinarie scoperte, in mano a pochi potenti della terra, avrebbero portato alla distruzione dell’umanità, intesa sia come insieme di esseri umani che come ideale o sentimento cardine di ogni società possibile.

Ebbene, a settant’anni dalle funeste parole di Oppenheimer, in Siria oggi “l’umanità è morta”. Con queste poche ma incisive parole, il portavoce di Unicef Italia, Andrea Iacomini ha commentato in lacrime le immagini dei corpi esanimi di bambini, donne e uomini, immobili, con gli occhi spalancati, brutalmente dilaniati nel più terribile attacco chimico sferrato dopo quello di Ghouta dell’agosto 2013.

9267-10115Un attacco chimico, vale a dire per mezzo di gas letali, che non solo non dovrebbero essere più usati, ma non dovrebbero neanche esistere, stando alla Convenzione internazionale di Parigi sulla Proibizione delle Armi Chimiche del 1993, ratificata da ben 191 stati, i quali si sono impegnati all’epoca a distruggere tutte le armi chimiche presenti nei loro territori, a non detenere o fabbricare altre armi chimiche e a non farvi ricorso per nessun motivo, anche dopo aver subito un attacco diretto con tali armi.

Possiamo oggi dire con amara certezza che tale Convezione, che nel 2013 ha portato anche al conferimento del premio Nobel per la Pace alla Organisation for the Prohibition of Chemical Weapons, OPCW, l’organizzazione preposta all’osservanza della Convenzione, sia stata più volte calpestata; e di come le giostre e i minuetti diplomatici siano stati fino ad oggi vani ai fini della risoluzione pacifica del conflitto siriano.

Dopo il bombardamento aereo a mezzo di armi chimiche del 4 aprile avvenuto nella provincia di Idlib, e nonostante le dichiarazioni ufficiali internazionali e i tentativi di Bashar al-Assad e del governo russo di nascondere l’evidenza, non si può più ignorare il fatto che la Siria da tempo abbia impunemente varcato la famosa “linea rossa”, tracciata da Barack Obama nel 2012, quale limite invalicabile. Macchiandosi, dunque, di inenarrabili crimini di guerra ai danni di un’intera popolazione innocente, colpevole unicamente di vivere in una terra scomoda, teatro di querelles internazionali, i cui attori, con vergognose ambizioni espansionistiche, non sono che i medesimi Stati che oggi si trovano riuniti per condannare l’ennesimo crimine contro l’umanità.

Nelle ore successive l’attacco, infatti, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, su sollecitazione di USA, Gran Bretagna e Francia, si è riunito per adottare una risoluzione al fine di condannare l’attacco chimico e chiedere al governo siriano che venga effettuata un’indagine internazionale, vengano fornite tutte le informazioni riguardanti gli aerei che sono stati utilizzati per compiere l’attacco, e venga permesso agli ispettori di far controllare le basi da cui sono partiti i velivoli.

La Russia ha respinto la bozza di risoluzione definendola “anti-siriana”, minacciando l’utilizzo del potere di veto, come ha già fatto più volte in passato.

I lavori del Consiglio restano dunque fermi, in attesa.

E’ vergognoso.

E’ vergognosa la paralisi del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, l’organo super partes che dovrebbe vigilare e garantire il rispetto delle norme internazionali e dei diritti fondamentali dell’uomo.

E vergognosa è la risposta che in queste ore ha deciso di dare il presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump (che solo due giorni fa aveva definito Assad “non un problema per la Siria”) lanciando 50 missili contro l’aeroporto militare Shayrat, controllato dalle truppe governative, nella provincia di Homs in Siria, dal quale si presume sia partito l’attacco chimico del 4 aprile. Questa azione, oltre a rendere impossibile procedere con un’indagine ufficiale da parte dell’ONU, è una chiara violazione delle norme vigenti internazionali.

Non v’è dubbio che Bashar al-Assad e gli altri attori del conflitto siriano, che si sono macchiati di crimini di guerra e contro l’umanità, debbano essere processati. Ma questo deve, o dovrebbe, avvenire a fronte di un processo e un’inchiesta internazionale indipendente e non per mano di attacchi militari unilaterali di qualche Stato, sia esso gli USA, la Russia o una qualunque potenza dell’area mediorientale.

Non basterebbe un articolo per raccontarvi nei dettagli le colpe, i retroscena e le ingerenze negli anni dei vari attori che hanno portato la Siria, ma non solo, a questo epilogo. Non basterebbe un articolo a raccontarvi degli USA, impegnati nelle incessanti campagne militari a Mosul e Raqqa, al fianco della Russia e dei combattenti di People’s Protection Units (YPG), la milizia curda siriana, contro l’ISIS; della Turchia e delle sue operazioni militari contro i combattenti curdi del Kurdistan Workers Party (PKK), adesso alleati con Damasco; dell’Iran, che combatte da sempre al fianco di Bashar al-Assad (che oggi invece condanna) e della Russia con il sostegno di Hezbollah; degli interessi nel settore energetico, corollario e perno degli inasprimenti bellici nel Medio Oriente, che fanno gola a tutte le potenze, nessuna esclusa.

Come è facile intendere, molti sono gli interessi in gioco, molti i teatri di guerra, molti gli attori. E la strada per la risoluzione della questione siriana appare sempre più distante e sfocata.

L’unica cosa che possiamo asserire con certezza è come sempre il numero delle vittime, sempre troppo elevato anche se quel numero fosse “uno”. E non lo è mai. Oggi è 86. Domani? Chi lo sa.

E di certo c’è anche e soprattutto il fallimento di una politica e una diplomazia internazionali che non sanno guardare oltre i propri interessi particolari, a scapito della nostra e della loro stessa umanità.

A denuncia di ciò, ho reputato significativo, come si legge nel titolo di questo articolo, ribaltare la massima latina “si vis pacem, para bellum” nella più realistica “si vis bellum, para pacem”, vale a dire “se vuoi la guerra, prepara la pace”, semplice locuzione che perfettamente descrive ciò che accade da anni. Si “prepara” la pace e nel frattempo si fa solo la guerra. Infatti, come dimostrato anche quest’oggi dall’impasse in seno al Consiglio, le grandi potenze, ambasciatrici sulla carta di pace e degli ideali democratici, da troppo tempo sono invece protagoniste di un fittizio processo di pace che ha mietuto più vittime di qualunque guerra ufficialmente dichiarata tale.

Credo sia giunto il momento che tutti popoli, nella figura dei loro rappresentanti, mettano da parte le proprie ambizioni e inizino a costruire insieme un quadro geopolitico e istituzionale nel cui contesto eventuali conflitti possano trovare risoluzioni pacifiche unicamente mediante strumenti negoziali.

Anche per questi motivi, vorrei concludere questa riflessione riproponendo e sostenendo con forza un frammento dell’appello che alcune delle più grandi menti di tutti i tempi rivolsero alla comunità internazionale nel 1955, qualche anno dopo gli attacchi di Hiroshima e Nagasaki e che risulta purtroppo ancora estremamente attuale:

“In quest’occasione noi non parliamo come membri di questa o quella nazione, continente o fede, ma come esseri umani, membri della specie Uomo, della quale è in dubbio la continuità dell’esistenza […].

Oggi si può costruire una bomba che sarà 2500 volte più potente di quella che distrusse Hiroshima. Questa bomba, se esplodesse vicino al suolo o sott’acqua, invierebbe particelle radioattive nell’atmosfera. […]. Nessuno sa per quale grande estensione queste particelle radioattive mortali potrebbero diffondersi, ma le autorità più qualificate sono unanimi nell’affermare che una guerra con le bombe-H potrebbe molto probabilmente segnare la fine della razza umana […]. Il termine “genere umano” suona vago e astratto. La gente si rende poco conto, nell’immaginazione, che il pericolo è loro, dei loro figli, dei loro nipoti, e non solo per l’umanità vagamente concepita […].

Abbiamo di fronte a noi, se lo scegliamo, un progresso continuo in felicità, conoscenza e saggezza. Sceglieremo invece la morte, perché non possiamo dimenticare i nostri litigi? Ci appelliamo da esseri umani agli esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto […].
Invitiamo questo Congresso, e attraverso di esso gli scienziati di tutto il mondo e il grande pubblico, a sottoscrivere la seguente deliberazione: In previsione del fatto che in qualsiasi futura guerra mondiale verranno sicuramente impiegate le armi nucleari, […] esortiamo i governi del mondo a rendersi conto, e a riconoscere pubblicamente, che i loro scopi non possono essere favoriti da una guerra mondiale, e, di conseguenza, li esortiamo a trovare mezzi pacifici per la sistemazione di tutti gli argomenti di contesa tra loro.”[1]

Ricordiamo la nostra umanità

[1] Albert Einstein, Bertrand Russell, Max Born, J.F. Joliot-Curie, Percy W. Bridgman, Leon Infeld, H.J. Muller, Linus Pauling, Cecil F. Powell, J. Rotblat, Hideki Yukawa

 

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    By: Laura De Lorenzis

    Innovation officer & innovation lover.Laurea in Relazioni Internazionali alla LUISS,un master in Europrogettazione e uno in Design Thinking for Innovation.Mi definiscono “multipotenziale”.Da due anni mi occupo di innovazione e nuove tecnologie.Dopo Roma e Bruxelles,torno nel Salento per dare vita ad una startup nel settore del Food&Beverage e perché voglio restituire qualcosa a questa terra che mi ha dato moltissimo.Citazione preferita “nove nove nove nove nove nove e così via”.

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