Il Fondo Nazionale Innovazione è realtà (o quasi). Di che si tratta?

Nei giorni scorsi il Ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, Luigi Di Maio, ha presentato a Torino il Fondo Nazionale Innovazione (FNI), con le relative misure sul mondo del venture capital, sulla base di quanto stanziato nella legge di bilancio per il 2019.

È ancora troppo presto per capire quanto e come cambierà il panorama italiana delle startup, e più in generale dell’innovazione, attraverso questo Fondo.

Quello che sappiamo è che l’ecosistema italiano startup, ammesso possa essere definito tale, è contraddistinto da uno storico “nanismo”, nonostante gli innegabili passi in avanti degli ultimi anni.

E una delle ragioni è la scarsa incidenza del venture capital, che ancora raggiunge volumi poco significativi. Il Venture Report 2018, redatto da Pitchbook, ci dice che l’Italia si conferma uno dei paesi meno propensi all’investimento nelle startup. Poco più del 5% del valore complessivo degli investimenti infatti atterra nell’Europa Meridionale. Meglio di noi fanno i paesi nordici, la Francia e il Benelux, il blocco Germania-Svizzera, Austria e soprattutto Gran Bretagna e Irlanda, in cui troviamo il grosso della raccolta di capitale.

È dunque una misura che merita la nostra attenzione, e che di seguito viene descritta nei suoi elementi essenziali.

  • Cos’è

Il “Fondo di sostegno al venture capital” (è così che è definito in legge di bilancio) è un “Fondo di Fondi”, vale a dire una SGR (società di gestione del risparmio) multifondo. Sarà gestito da Cassa Depositi e Prestiti, società per azioni controllata (per circa l’80%) dal Ministero dell’economia e delle finanze.

  • Come funzionerà

Le modalità operative saranno quelle del venture capital, con alcune peculiarità. Gli investimenti potranno essere “diretti” (in startup e PMI innovative) e “indiretti” (in fondi di Venture Capital).

  • Quali settori

Su questo si possono fare solo delle previsioni, sulla base del piano presentato dal MISE e dei piani industriali dei soggetti coinvolti. Si parla, in particolare, di: Intelligenza Artificiale, Blockchain, New Materials, Space, Healthcare, EcoIndustries, AgriTech/Foodtech, Mobility, Fintech, Design/Made in Italy, Social Impact.

  • Quali sono le risorse

La dotazione finanziaria dichiarata è di circa 1 miliardo di euro. Parliamo di un impatto stimato, tenendo conto di una serie operazioni che alimenteranno il Fondo.

400 milioni arriveranno da Invitalia Ventures, fondo di venture capital di Invitalia, che passa sotto Cassa depositi e prestiti con la sua dotazione di 400 milioni. A queste risorse si aggiungeranno altre della stessa CDP, come risulta dal suo piano industriale.

Un’altra quota si otterrà riservando al Fondo il 15% dei dividendi delle società partecipate dallo Stato. Una cifra di circa 400 milioni l’anno, considerando che nel 2017 tali dividendi sono stati di circa 2,5 miliardi.

Altre risorse per gli investimenti dedicati alle startup arriveranno dalla destinazione del 5% dei Piani individuali di risparmio (Pir). I Pir hanno raccolto nel 2017 circa 11 miliardi di euro, quest’anno la cifra dovrebbe essere inferiore, per un contributo al Fondo di 400 milioni circa.

Per concludere, è una misura che presenta elementi di interesse, per la quantità di risorse allocate (ancora insufficiente ma in crescita), per la semplificazione e focalizzazione in un unico soggetto istituzionale degli investimenti pubblici in startup e per l’approccio complessivo, che inizia a profilare un diverso ruolo dello Stato.

Uno Stato “imprenditore” e “innovatore”, che investe più direttamente in innovazione, non limitandosi a creare le condizioni attraverso misure di defiscalizzazione (per quanto importanti).

Al tempo stesso, non si può negare come restino sul tappeto, tuttora irrisolte e non affrontate, una serie di criticità di sistema (a titolo esemplificativo, la burocrazia, le infrastrutture digitali, il digital divide), che ad oggi impediscono l’evoluzione di un vero e proprio ecosistema startup in Italia.

In ultimo, bisognerà monitorare con attenzione la “messa a terra” dello strumento da un punto di vista applicativo, spingendo verso un’omogeneità da un punto di vista territoriale.

Nascendo all’interno di un quadro molto istituzionale, il rischio è quello di un’eccessiva polarizzazione nei grossi centri e/o nelle aree più industrializzate del Paese, tagliando fuori quelle zone che già adesso soffrono un divario socio – economico che una misura di questo tipo dovrebbe provare, almeno in parte, a ridurre.

 

PRESENTAZIONE FONDO NAZIONALE