Il “Corona Virus” e la riscoperta dello Smart Working: un’opportunità, non un’emergenza

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Infradito, una sedia comoda sotto l’ombrellone vista mare, il cielo azzurro, un venticello piacevole in sottofondo, magari anche davanti ad una gassosa ghiacciata. Se dovessi sognare dove poter trascorrere una giornata di lavoro lontano dal “luogo” di lavoro, lo immaginerei così, in compagnia di un portatile sicuramente e di un’ottima connessione internet come condizioni necessarie e sufficienti per poter “faticare”.

Mi perdoneranno gli attenti osservatori degli obblighi in materia di sicurezza sul lavoro, ma nel mercato del lavoro anno 1 d.C. “dopo il Coronavirus” essendosi materializzato un mantra come quello dello “Smart Working” sebbene quasi due anni dopo la sua introduzione con il decreto legge n. 81/2017, sognare di lavorare in bermuda sembra essere diventato realtà.

In ragione di ciò, grazie anche ai provvedimenti legislativi di questi giorni, in via prudenziale e saggiamente cautelativa, le imprese si stanno orientando sempre più verso il lavoro agile, grazie semplificazioni introdotte per preservare dai pericoli del contagio i propri dipendenti.

Ma, analizzando il significato dello “smart working” e la codifica prevista dal legislatore nel mondo a.C. (avanti Coronavirus), scopriremmo che la sua finalità è quella di incrementare la competitività, agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro e che la sua definizione è quella di una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro ovviamente subordinato “anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro”.

Come dire, dietro ai bermuda e la gassosa c’è tanto, molto di più di ciò che l’emergenza del Covid-19 ha indotto. Parliamo di uno strumento finalizzato alla conciliazione vita-lavoro in un mercato del lavoro come quello italiano con una bassissima partecipazione delle donne e con una altrettanto pericolosa spirale demografica. Ma soprattutto parliamo di una modalità di svolgimento della prestazione lavorativa volta a favorire la competitività delle imprese e quindi un innalzamento della produttività del lavoro, la cui “crescita in Italia tra il 1995 e il 2017 (+0,4%) è risultata decisamente inferiore alla media Ue (1,6%)”[1].

Ma è sulle modalità che la riflessione si fa interessante perché centra in pieno l’evoluzione del lavoro e la sua rivisitazione complessiva di significato. Da una parte infatti, la normativa parla di lavoro subordinato e quindi di ciò che è maggiormente caratterizzato da un potere di controllo e direttiva del datore di lavoro, ma dall’altra lancia nello stagno il sasso del lavoro per fasi, cicli e obiettivi, aprendo uno squarcio grande come una voragine nello storico binomio ora-lavoro/salario.

In poche parole, se ciascun lavoratore subordinato viene retribuito per il tempo di lavoro, uno “smart worker” dovrebbe essere retribuito per gli obiettivi che raggiunge. Dopo le scuse per i bermuda, perdonate la sintesi, ma il tema “non luogo” di lavoro è certamente uno dei profili che riguarda lo smart working, ma è altrettanto certamente una semplificazione che offusca le finalità del lavoro agile: conciliazione vita/lavoro e competitività.

Partendo da questo spunto teorico, la riflessione si fa più ampia e riguarda il senso del lavoro e della sua organizzazione in un contesto come quello attuale, nel quale la risoluzione quotidiana di problematiche interconnesse che coinvolgono più funzioni e più ruoli, all’interno di un’ambiente di lavoro, è la normalità.

In questa prospettiva non si può che evidenziare il valore della relazione e della “presenza fisica” in uno stesso luogo che abiliti la condivisione di stati d’animo in relazione ad una situazione complessa, ad un obiettivo o ad un progetto comune e la sua elaborazione collettiva.

È indispensabile, quindi, raccogliere la sfida dello smart working, per favorire una prospettiva del “lavoro d. C.” (dopo il Coronavirus) che promuova le sue reali finalità di conciliazione e competitività, in bermuda in riva al mare o in “divisa da white o blue collar”: ne hanno bisogno sia le imprese che i lavoratori, senza retorica non è importante la forma ma conta la sostanza.

Per concludere, bene lo Smartworking (e non perché è una soluzione emergenziale), purché ad essere radicalmente ripensata non sia solo la sede fisica dello svolgimento della prestazione lavorativa, ma anche la modalità di misurazione della performance lavorativa, non più misurabile in una logica quantitativa (numero di ore lavorate) ma qualitativa (in primis, capacità di lavorare per obiettivi e in modo relazionale).

Andrea Chiriatti

Area Relazioni Sindacali, Previdenziali e Formazione – FIPE Confcommercio

[1] Dati Istat

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