Gastronomia, Tradizione e Condivisione. La battaglia del leader degli home restaurants arriva a Bruxelles

Si chiama Giambattista Scivoletto. È un combattivo imprenditore siciliano che, da oltre due anni, conduce una battaglia per il pieno riconoscimento dell’attività di “home restaurant” all’interno del nostro Paese.

Mangiare in una dimora privata, per conoscere in maniera profonda la cultura e l’enogastronomia di un territorio è, dati alla mano, qualcosa che piace. Fenomeno cresciuto rapidamente in tutto il mondo, espressione di quel turismo “esperienziale” e sostenibile che affascina molti, è ormai uno dei fiori all’occhiello della cosiddetta “sharing economy”.

Come è facile intuire, con enormi potenzialità di sviluppo in un Paese ricco di storia e tradizione, anche gastronomica, come l’Italia.

Questo fenomeno, tuttavia, rischia di morire sul nascere, a causa della soffocante burocrazia e degli orientamenti normativi assunti dalle istituzioni nazionali.

Da qui la battaglia di Scivoletto, titolare del portale homerestaurant.com (e bed-and-breakfast.it), e firmatario della petizione, rivolta alle istituzioni europee, che contesta il disegno di legge sulla ristorazione in abitazioni private, approvato dalla Camera lo scorso gennaio, e da allora al vaglio del Senato.

L’istanza ha portato ad una discussione, che si è tenuta lo scorso 28 novembre davanti alla PETI – Commissione Petizioni del Parlamento europeo. Al confronto, a cui era presente Scivoletto, hanno preso parte Ehrenstein Henning, in rappresentanza della Commissione europea, e i deputati Alberto Cirio e Peter Jahr, mentre i lavori sono stati condotti da Pál Csáky, vicepresidente PETI.

Ci ha concesso una breve intervista.

Ciao Giambattista. Prima di ricostruire le tappe fondamentali della tua battaglia, una domanda è d’obbligo. Come nasce la tua passione, personale ed imprenditoriale, per il mondo del HR?

Tutto ebbe inizio dieci anni fa, quando scrissi per il magazine di Bed-and-Breakfast.it[1] un articolo sulle “Cesarine” e l’associazione Home Food. Fu allora che immaginai la possibilità di provare, in ogni viaggio e in ogni luogo del mondo, la vera cucina familiare tradizionale del luogo, quella che si tramanda dai genitori ai figli di generazione in generazione, cucinata dalle mani sapienti di mamme e nonne, seduto al tavolo con loro, mentre mi svelano i segreti del piatto. A quel tempo mi informai ma le regole e la burocrazia per lanciare un’attività del genere mi scoraggiarono subito.

Aiutaci ad inquadrare meglio il fenomeno. Quali sono i numeri del HR in Italia, e qual è il suo volume d’affari? Quali sono, invece, quelli del network homerestaurant.com?

Al momento il settore è fiacco, quasi moribondo. I numeri che circolano in alcuni comunicati stampa secondo me non sono reali, o comunque sono basati su sondaggi discutibili. L’ultimo della serie, di Censis e Coldiretti, sostiene che 3,3 milioni di italiani vanno regolarmente in HR, e che ci sono 8,8 milioni che hanno provato il social eating[2].

Gnammo, la più importante piattaforma di Social Eating in Italia, ha dichiarato tuttavia 7000 coperti nel 2015 e circa 10.000 nel 2016. In totale, 20.000 coperti dal 2012 a inizio 2017[3]. EatWith ne “vanta” 80.000 nel mondo, ad inizio 2017.

Se ne deduce, come dice l’articolo della Coldiretti, che il resto delle prenotazioni sia avvenuto tramite social network (in sostanza, su Facebook).

Facendo tuttavia una ricerca sui principali, si trovano solo poche decine di pagine o profili, mentre se 3,3 milioni di italiani vanno regolarmente in HR, dovrebbero essere decine di migliaia.

La triste verità, come invece appare chiaramente dai nostri sondaggi interni, è che l’attività è stata scoraggiata a tal punto che pochissimi HR sono al momento realmente attivi.
Tanti invece sono quelli pronti a partire, in attesa che qualcuno dia istruzioni chiare su come farlo, senza infrangere alcuna legge e senza il rischio di prendere multe salate.

Su HomeRestaurant.com abbiamo già più di 10.000 iscritti e circa il 30% dei nostri 15.000 B&B iscritti a Bed-and-Breakfast.it vorrebbe fare HR.

Siamo pronti a partire, ma ci frena la foga con cui la politica, tutta – nessuno escluso – ha voluto bloccare sul nascere questa attività.

Il portale HomeRestaurant.com è pronto a partire su base mondiale, ma è necessario, nel nostro caso, che la spinta propulsiva venga dall’Italia. Su Bed-and-Breakfast.it infatti passano 10 milioni di viaggiatori l’anno, sono loro il pubblico che potrebbe benissimo accettare questa nuova formula di esperienza di viaggio, in congiunzione al B&B, e farla decollare in tutto il mondo.

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Un primo, pesante, “colpo” al mondo del HR è stato inferto, nel 2015, da un parere del Ministero dello Sviluppo Economico. Cosa contestate, di questo provvedimento?

Il provvedimento equipara gli HR ai pubblici esercizi (i ristoranti veri e propri), imponendo una lista di obblighi e una burocrazia impossibili da realizzarsi nella cucina di una casa privata. Sulla base di questo provvedimento sono state erogate multe salatissime. Per citarne alcuni, parliamo di requisiti che vanno dall’abilitazione SAB (somministrazione di alimenti e bevande) al possesso di bagni separati ad uso di clienti e dipendenti, dal piano HACCP (per esempio per la manipolazione di alimenti e bevande) al piano di autocontrollo per l’ASL.

E poi, idoneità sanitaria, innumerevoli adempimenti fiscali e contributivi (partita IVA, INPS, INAIL, SCIA al Comune), e di natura burocratica (licenza commerciale, iscrizione al CONAI, autorizzazione per l’insegna, SIAE e via discorrendo…).

Questo provvedimento è in contrasto con tutte le indicazioni contenute nell’agenda europea per l’economia collaborativa, che dice chiaramente che i prestatori di servizi (del settore) possono essere subordinati a requisiti di accesso al mercato, come i requisiti di licenza, soltanto se tali requisiti sono non discriminatori, necessari per conseguire un obiettivo di interesse generale e proporzionati rispetto a tale obiettivo

Assimilare la cucina di una casa privata ad un pubblico esercizio, inoltre, solo perché – come recita il parere del MISE – c’è il passaggio di denaro, è una forzatura, a dir poco, della legge, che invece individua la “pubblicità” di un esercizio proprio in base alla sua condizione di fruibilità, intesa come possibilità concreta per chiunque di accedervi liberamente e di poter fruire dei servizi erogati. Cosa che, logicamente, non accade per la cucina di una casa privata.

Poi è arrivato il controverso disegno di legge sul HR approvato dalla Camera dei Deputati nel gennaio di quest’anno. Quali sono le principali criticità?

Due fondamentali, che dimostrano come la Legge fosse stata scritta con lo scopo principale di frenare l’attività di HR: l’obbligo di iscrizione alle piattaforme accompagnato dall’obbligo pagamento attraverso le stesse, e il divieto di fare HR per i B&B.

I limiti quantitativi, inoltre, necessari per distinguere un’attività occasionale da una professionale, erano troppo risicati, e allo stesso tempo non indicavano la disciplina applicabile una volta superati.

Anche quest’ultimo aspetto, è bene precisarlo, è in contrasto con l’agenda europea sull’economia collaborativa, secondo la quale “restrizioni quantitative all’esercizio di un’ attività costituiscono misure di ultima istanza da applicare solo laddove non sia possibile conseguire un legittimo obiettivo di interesse generale con una disposizione meno restrittiva”.

Una legge, dunque, che sembra scritta con il solo obiettivo di affossare il settore, o comunque di limitarlo indebitamente, come ha giustamente riconosciuto l’AGCM cui ci siamo immediatamente rivolti.

Non ti sei dato per vinto. Ti sei rivolto, per l’appunto, all’Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato che, nell’aprile di quest’anno… ti ha dato ragione!

Per l’AGCM “…il DDL che disciplina l’attività di HR appare nel suo complesso idoneo a limitare INDEBITAMENTE una modalità emergente di offerta alternativa del servizio di ristorazione…”.

Inoltre “… appare priva di motivazioni e ingiustificatamente restrittiva l’esclusione delle attività di B&B dalla possibilità di ampliare l’offerta di servizi extra-alberghieri con quella del servizio di HR”.

Più chiaro di così!

Cosa ti senti di rispondere a chi vi accusa di fare concorrenza sleale nei confronti dei ristoratori tradizionali?

Premetto che io amo andare al ristorante, come tutti, e cerco di andarci ogni volta che posso.

Il giro d’affari annuo della ristorazione classica è di circa 75 miliardi di euro.

Quello del HR, in Italia, e nella visione più ottimistica possibile, prevede da qui a tre anni che siano 10.000 famiglie a praticarlo, per un giro d’affari totale di 50 milioni di euro. Lo 0,06%: 6 euro ogni 10.000 di fatturato dei ristoratori.

Ma anche fossero il doppio, vale la pena avversare con cotanta ferocia un’attività tanto bella quanto necessaria come l’HR?

E arriviamo all’istanza alla PETI, la Commissione Petizioni del Parlamento Europeo. Com’è andata l’audizione all’Europarlamento dei giorni scorsi?

Molto bene. La Commissione per le petizioni ha ascoltato le nostre ragioni e il responsabile economico intervenuto per conto della Commissione ci ha fornito ampie rassicurazioni sul fatto che la Legge italiana dovrà rispettare le direttive europee.

Anche il presidente della Commissione per le petizioni ha affermato esplicitamente che ritiene “molto importante questo tipo di attività” e che “non accetterà che ci sia un messaggio giuridico contrario”.

Di fatto l’unica speranza rimasta è che sia l’Europa a dettare ufficialmente ai paesi membri le regole su cui dovranno basarsi le legislazioni nazionali legate alla sharing economy, e ci sembra che sia effettivamente propensa a farlo molto presto.

Tuttavia, il tempo perso è già molto e in questo settore i treni passano una volta sola e molto velocemente.

La posizione dell’Europa, dunque, ci fa ben sperare. Un’ultima domanda: hai mai pensato di mollare? Ci prometti di proseguire questa battaglia per il pieno riconoscimento degli HR anche in Italia?

Non ho mai pensato di mollare, ma dal nostro punto di vista esiste il rischio che un qualsiasi grosso player internazionale entri nel mercato e lo faccia decollare come si deve in tutto il mondo, così come ha fatto Airbnb con l’extra-alberghiero. Mentre noi ci arrovellavamo su 20 differenti leggi che spiegano cos’è il B&B in Italia, Airbnb ha di fatto sdoganato l’ospitalità alternativa permettendo a chiunque di entrare in questo mercato senza alcuna particolare incombenza.

La colpa del nostro ritardo, ci tengo a precisarlo, non è però da addebitare esclusivamente ai nostri legislatori, ma è anche legata ad una forma mentis che ormai molti imprenditori italiani hanno cristallizzato. Questa ci impedisce di guardare oltre i limiti che, spesso, ci imponiamo da soli per paura o semplice ignoranza.

Ovviamente il Legislatore, aggiungiamo noi, ha il diritto di creare le condizioni più favorevoli allo sviluppo di certe, innovative, forme di business. Grazie Giambattista.

Grazie a voi!

 


[1] www.bed-and-breakfast.it/it/news/le-cesarine/23

[2] www.coldiretti.it/economia/coldiretticensis-home-restaurant-3-mln-italiani

[3] www.radioradicale.it/scheda/498634/lab-40-lesperienza-di-gnammo-e-il-ddl-sugli-home-restaurant