L’ennesima vittima del “Gattopardo”: l’economia collaborativa

Sotto la cortina fumogena della perenne campagna elettorale che ammanta il dibattito politico italiano, e aggroviglia i suoi leader in un circolo virtuoso nel quale i problemi vengono urlati per non essere affrontati, ci sono le istituzioni legislative del Paese.

I veri (o presunti tali) centri decisionali, scanditi da una miriade di adempimenti e scadenze formali nella loro esecuzione, ma sostanziali nel loro impatto sulla vita reale dei cittadini.

Capita, dunque, che l’assemblea legislativa di uno dei Paesi del G8 decida di affrontare, seppur settorialmente, uno dei comparti più innovativi e in crescita di quella vasta galassia che prende il nome di “sharing economy” (economia della condivisione) o, come appare più corretto definire, “collaborative economy” (economia della collaborazione).

Un’economia basata sulla condivisione di beni e servizi sottoutilizzati, attraverso piattaforme web. Che vale già, solo in Europa, alcune decine di miliardi di euro, e che è destinata a valere oltre 500 nel 2025. E che consente a milioni di persone di viaggiare, dormire, muoversi, scambiare beni e prestazioni lavorative a costi contenuti, creando relazioni, generando fiducia collettiva, aiutando l’ambiente e distribuendo reddito diffuso.

Come accennato, tra i settori più dinamici di questa nuova economia c’è quello della mobilità collaborativa, anch’esso un contenitore vasto, che comprende il car-sharing e il bike-sharing a flusso libero presenti in centinaia di città italiane, il car-pooling di applicazioni come BlaBlacar (per spostamenti di medio-lunga percorrenza), i servizi di ride-sharing come Uber o Lyft.

Tantissime pratiche, con caratteristiche e implicazioni socio-economiche molto diverse (e non sempre positive), ma con un’impronta comune, nel nostro Paese: l’assenza di una disciplina normativa di riferimento che consenta al mercato uno sviluppo virtuoso, dando al contempo certezza tanto agli operatori quanto agli utenti del servizio.

Laddove presenti, inoltre, le norme che regolano i settori che lambiscono il fenomeno delineano un approccio legislativo sciatto ed anacronistico. Per informazioni, consultare la legge 21/1992 e il decreto legge 207/2008 (per quanto riguarda i servizi taxi e NCC).

Va da sé, dunque, che si accolga positivamente la scelta del Parlamento italiano di compiere un primo passo nel tentativo di invertire la tendenza sopra citata.

È l’agosto del 2017, e la legge è la n° 124/2017 (cd. “DDL concorrenza”). L’art. 1, comma 179, delega il governo ad emanare un decreto legislativo per la revisione della disciplina in materia di autoservizi pubblici non di linea prevedendo, tra i vari principi e criteri direttivi, l’adeguamento dell’offerta di servizi “alle nuove forme di mobilità che si svolgono grazie ad applicazioni web che utilizzano piattaforme tecnologiche per l’interconnessione dei passeggeri e dei conducenti”.

Ebbene sì, si parla di mobilità collaborativa. Un sussulto di dignità della nostra classe dirigente, un’insolita attenzione politica e legislativa verso i temi dell’innovazione.

L’innovazione, appunto. Parola tanto utilizzata nei talk show, quanto dimenticata nella produzione legislativa e nelle scelte di politica economica.

Che sia giunto il momento di ricredersi, stemperando un pò la vis polemica nei confronti dei nostri rappresentanti nelle istituzioni? Purtroppo no.

La delega, della durata di 12 mesi, non è stata esercitata entro il termine ultimo previsto, quello del 29 agosto 2018.

Nessun dibattito nel Paese, nessun confronto con gli stakeholders, nessuna normativa organica sul settore. Niente mobilità collaborativa, niente economia collaborativa.

I 12 mesi previsti dal DDL concorrenza non sono bastati né alla maggioranza a guida PD (guidato dall’allora leader “innovation-friendly” Matteo Renzi), né al governo gialloverde, per assumere una posizione su uno dei fenomeni socio-economici più rilevanti di quella che molti hanno definito “la quarta rivoluzione industriale”.

Tutto da rifare. Nuovo giro, nuova corsa.

E il ricordo va alle letture estive da ragazzino che, proprio in questo periodo dell’anno, preparavano il ritorno a scuola. Tra queste, “Il Gattopardo”, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, diceva.

Per ora, sul fronte dell’economia collaborativa, rimane tutto com’è.

In attesa delle prossime dichiarazioni da talk show del Gattopardo.