4 giugno 2019: i diritti dei rider un anno dopo

4 giugno 2018. Il governo Conte ha giurato davanti al Presidente della Repubblica esattamente due giorni prima, e per il nuovo ministro dello sviluppo economico e del lavoro, nonché vicepremier, Luigi Di Maio, si tratta della prima uscita ufficiale.

Con un gesto politico e istituzionale dalla forte carica simbolica, il giovane leader del movimento, che ha appena vinto le elezioni politiche, convoca le principali aziende del food delivery (tra cui Deliveroo, Foodora, Glovo, JusteEat, UberEats) e le organizzazioni di rappresentanza sindacale dei “rider”.

Ovvero, i fattorini che attraverso un clic sul nostro telefono consegnano a domicilio i nostri pasti, a qualunque ora, in qualunque luogo e soprattutto, senza alcuna forma di tutela.

Una figura al centro di mobilitazioni di varia natura in giro per il mondo, divenuta l’emblema della condizione di precarietà di una generazione. Ma anche la prova della difficoltà di applicare le categorie novecentesche del mercato del lavoro alle nuove tendenze della new economy digitale, a partire dal “lavoro alla spina” tipico dell’economia “on demand”; e della necessità di “governare” l’innovazione al fine di evitare effetti disruptive sotto il profilo economico e sociale.

Almeno di una parte di queste riflessioni il neo Ministro appare consapevole. I rider vengono infatti definiti “il simbolo di una generazione abbandonata che non ha tutele e, a volte, nemmeno un contratto”.

L’iniziativa del 4 luglio porta con sé un’aspettativa di cambiamento reale, a portata di mano. Nell’ottica di migliaia di giovani fattorini, una prospettiva di concreto miglioramento delle proprie condizioni di lavoro.

Poi, il lungo e tortuoso iter che conduce sino ad oggi. Ad un bilancio provvisorio, 365 giorni dopo, che non può che essere definito fallimentare. Proviamo a ricostruirlo.

Una prima “finestra utile” si apre nel giugno 2018, con il decreto dignità. In particolare, sia nella fase di emanazione del decreto legge, che in quella di conversione in sede parlamentare, si cerca di inserire una “clausola rider” per far rientrare i fattorini tra i lavoratori subordinati. Alla fine, non se ne fa nulla, un pò perché ritenuto un intervento troppo “forte”, un po’ perché l’appena nato tavolo tecnico “promette bene”.

Soprattutto, si palesano subito espliciti avvertimenti da parte delle aziende attive nel mercato, su tutte Foodora, pronte a lasciare il Paese in caso di approvazione della norma.

A quel punto, il cambio di strategia: dalla legge al contratto collettivo nazionale. “Faremo un contratto innovativo, il primo di questo tipo in Europa”, dichiara fiducioso Di Maio.

Intanto gli incontri al MISE si susseguono, con cadenza tutt’altro che regolare, nel corso dell’anno, con una graduale polarizzazione delle posizioni in campo. Da una parte, i rider che puntano al riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato, laddove si manifestino i requisiti della subordinazione; dall’altra, le piattaforme, che ovviamente puntano quanto più possibile al ribasso, ovvero al mantenimento dello status quo.

Al tavolo tecnico inizia a circolare una bozza di contratto collettivo, rispetto alla quale si discute “a tutto campo”: dalla classificazione del rapporto di lavoro alla previsione di un compenso minimo orario, dalla copertura previdenziale a quella assicurativa, passando per tutta una serie di tutele “accessorie” (per così dire).

A mancare, tuttavia, è la mediazione politica e tecnica del Ministero che, trovandosi a “metà del guado”, si limita a minacciare o annunciare un intervento legislativo in almeno altre due occasioni: la legge di bilancio e il decreto su reddito di cittadinanza e quota100.

Intervento che tuttavia non arriva, un po’ per motivi politici (mancanza di coesione sul tema all’interno della maggioranza), un po’ per motivi tecnici (mancanza di una soluzione tecnica in grado rappresentare una sintesi più o meno soddisfacente tra le diverse istanze).

E siamo ad oggi, 4 giugno 2019.

Il Ministero non ha legiferato sul tema, ma neanche elaborato un vero e proprio accordo collettivo da far sottoscrivere alle aziende e ai rappresentanti dei riders. La discussione procede a singhiozzo, e verte su alcuni punti su cui tra l’altro lavoratori e aziende non hanno ancora trovato un accordo.

In un anno, nessun passo in avanti è stato compiuto, nonostante le grandi aspettative di un gesto carico di speranza. Le condizioni di lavoro di migliaia di rider sono sempre le stesse. Secondo alcuni osservatori, per certi versi addirittura peggiorate (ad esempio sulle politiche retributive delle piattaforme).

Il “cambiamento” che il 4 marzo dello scorso anno ha drasticamente mutato i rapporti di forza all’interno della politica italiana, portando in auge una nuova classe dirigente, non è ancora diventato realtà per quel pezzo di “generazione abbandonata” cui un leader politico poco più che 30enne ha dedicato il suo primo atto simbolico da ministro.

Ad maiora.